Può il Presidente della Repubblica porre veti su un Governo?

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NOMINA IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI E, SU PROPOSTA DI QUESTO, I MINISTRI

Come potete leggere l'articolo 92 della Costituzione non parla di veti o di scelte politiche del Presidente della Repubblica.

Prima di addentrarci in questioni di diritto o ricorsi storici c’è una questione logica da superare per perdonare a Mattarella il suo diniego ad un Governo Conte con Savona Ministro.

Il veto imposto è perché a lui non piace, quindi si rivota? Va bene. Se poi dopo l’ulteriore voto per una 19° legislatura non gli piace nemmeno il nuovo probabile Governo? Si rivota e si fa nascere la 20°? Potremmo continuare in eterno fino a quando non ci sarà un Governo Mattarelliano. A questo punto non saremmo più nell’alveo di una Repubblica Parlamentare, non saremmo nemmeno in una Repubblica Presidenziale ma sia l’Esecutivo che il Parlamento discenderebbero da una sola persona e ricordiamoci che “Nello Stato Costituzionale non esistono sovrani”. Quindi fatevi una domanda: i Costituenti, all’alba di una nuova Repubblica volevano questo?

Ora andiamo un po’ sulla storia. Naturalmente sarò breve e se volete approfondire l’argomento troverete un link che potrete consultare. Non ho la pretesa di semplificare decenni di dibattiti ma non tollero nemmeno chi parla di questi temi senza aver letto una volta la Costituzione quindi se volete ci sono i Quaderni Costituzionali e buona lettura.

La domanda principale è: quali requisiti deve avere un Governo per essere nominato dal Presidente delle Repubblica? Ovviamente da questa discende l’altra domanda: il Capo di Stato può porre veti?

Quando l’Italia, prima della svolta del 1993, aveva un sistema proporzionale il Presidente aveva un ruolo da mediatore nella costituzione del Governo ma la sua prima e più importante funziona era una: soddisfare l’interesse costituzionale della formazione di un Governo che potesse ragionevolmente ottenere la fiducia delle Camere.

Si partiva dal partito che aveva la maggioranza relativa per ovvi motivi e si cercava di sondare il terreno, ma le maggioranze le costituivano i partiti e non il PdR fatto salvo, per l’appunto, il suo potere di nominare Presidente del Consiglio un nome in grado di formare un Governo.

Tale principio ha avuto il suo picco massimo proprio nel momento in cui Pertini nel 1979 rompe la consuetudine logica di nominare un Presidente del Consiglio derivante dal partito più grande della coalizione. Infatti attraverso la nomina di Ugo La Malfa come Presidente incaricato, tentativo fallito quasi subito, appare ancor più chiara l’idea che il requisito di un Governo non è quello della sintonia politica con il Presidente della Repubblica ma quello di avere la fiducia del Parlamento (L’Esecutivo “dipende per la sua esistenza, la sua durata, il suo programma, dall’organo rappresentativo del popolo” U. Rescigno)

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Con un sistema maggioritario si potrebbe ipotizzare una compressione dei poteri del Presidente della Repubblica avendo quasi un piatto pronto derivante dalle coalizioni e dall’assetto maggioritario. In realtà le prerogative dell’articolo 92, fortunatamente, sono rimaste intatte e la nomina spetta sempre al Presidente della Repubblica. Diciamo che questo assetto semplifica il lavoro di mediazione ma non trasforma in mero ratificatore il PdR anche perché in caso di fallimento delle forze vincitrici delle elezioni il Pdr sarebbe costretto allo scioglimento anticipato delle Camere senza poter auspicare in una nuova maggioranza, cosa che non è esplicitamente prevista e che riporta in luce di nuovo il principio per cui un Governo deve godere della fiducia del Parlamento e non di chissà quali altre simpatie.

Ad oggi i veti derivanti dalle posizioni politiche di partiti o movimenti che con regolari elezioni possono vantare una maggioranza in Parlamento, da dimostrare appunto con la Fiducia, sono, quando non vogliamo vederli come consigli non richiesti, degli abusi del proprio potere. L’elasticità dell’articolo 92 è sempre stata vista come un bene, dando al Presidente della Repubblica quello spazio in cui muoversi per mantenere il suo ruolo di super partes proprio per non diventare un ratificatore senza voce in capitolo, salvando le sue prerogative da eventuali imposizioni di un impianto maggioritario ma alla stessa maniera il suo ruolo di super partes deve rimanere quando c’è una valida maggioranza in Parlamento in grado di esprime la Fiducia ad un Governo espressione di quelle forze che hanno partecipato alle elezioni con un dato programma politico.

In conclusione oso far mie le parole di Leopoldo Elia che non ritrovava nella figura del Presidente della Repubblica un potere d’intervento sulla composizione del Governo o sul programma politico perché “non conciliabile con la razionalizzazione a tendenza equilibratrice del regime parlamentare voluta dai Costituenti” perché quando “il Capo dello Stato, per una disfunzione del regime quale è una crisi ministeriale, è chiamato ad intervenire allo scopo di rimettere in moto i congegni inceppati, è logico che il suo intervento si limiti all’atto preliminare necessario a rimuovere la situazione di stasi. In altri termini, quando la macchina del governo si è arrestata perché la guida non è al suo posto, il Capo dello Stato deve invitare al volante un altro uomo politico, ma non può né prescrivergli la strada da imboccare, né imporgli i compagni di viaggio”

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